Lo spazio in cui l’anima respira
Autor: Tobias O. R. Alke · mit Claude (Anthropic)
Una presa di posizione, non una voce di lessico. Questo testo prende posizione. È un’opinione, non un’asserzione di fatto né un consiglio: non occorre condividerla. Il quadro neutro si trova nella voce collettivismo e individualismo.
In ogni essere umano vi è un ambito in cui nessuno ha competenza se non lui stesso: il modo in cui percepisce, ciò che lo muove, ciò che lo acquieta e ciò che lo mette in movimento. Musica, danza, raccoglimento e sentire proprio non sono un lusso né una questione di permesso: sono il luogo in cui una persona giunge a sé.
Chi governa lì non toglie un passatempo. Toglie l’accesso.
Perché gli ordini entrano in conflitto con questo spazio
Non perché li contraddica. Perché si sottrae loro.
Una persona che dalla propria percezione sa che cosa le giova è difficile da dirigere. Non ha bisogno di alcun permesso per avvertire che qualcosa non va. Così è stato in ogni epoca e in ogni parte del mondo, e di rado ha avuto molto a che fare con ciò che quell’ordine invocava.
Conviene perciò conoscere la struttura anziché gli esempi. Chi riconosce la struttura la riconosce anche là dove porta un volto amichevole.
I sette segni
Di rado compaiono isolati. Due o tre possono essere innocui. Dove si accumulano, descrivono una pretesa sul tutto.
1. Esiste una sola lettura giusta, e non spetta a Lei. La Sua percezione non viene contestata: viene corretta da chi ne ha l’ufficio. Non «io la vedo diversamente», bensì «Lei non lo comprende ancora bene».
2. Nessun ambito resta intatto. Non vi è parte della Sua vita cui sia concesso seguire regole proprie: né il tempo libero, né il gusto, né le frequentazioni. Ogni cosa ha una forma giusta e una sbagliata. Questo è il vero segno di riconoscimento, più eloquente di qualsiasi singolo divieto.
3. Chi non segue non è di diverso avviso, ma accecato. L’obiezione non viene confutata, bensì spiegata: con l’ignoranza, la debolezza o una cattiva influenza. Con ciò ogni conversazione è chiusa prima di cominciare.
4. Qualcuno veglia su di Lei, per il Suo bene, senza che gliel’abbia chiesto. Dapprima come premura, poi come ovvietà. Il passaggio da «sono in pensiero per te» a «tengo d’occhio ciò che fai» è graduale, e quasi mai viene detto.
5. Il visibile diventa prova di lealtà. Abito, contegno, linguaggio, frequentazioni, movimento. Un ordine che pretende il tutto ha bisogno di qualcosa da cui si possa leggere dall’esterno se esso vale. Per questo tale punto tocca regolarmente per primi coloro il cui aspetto è comunque il più osservato.
6. Esiste una cerchia interna. Un livello sul quale si discutono le cose vere. Chi vuole appartenervi deve qualificarsi, e chi vi è dentro ha qualcosa da perdere. Ciò lega più saldamente di qualsiasi argomento.
7. Un torto subito un tempo giustifica oggi molte cose. Un tempo era meglio, ci è stata fatta ingiustizia, e perciò ora è permesso qualcosa che altrimenti non lo sarebbe. Il torto è spesso reale, ed è ciò che rende questo segno tanto efficace. Da esaminare non è se l’ingiustizia vi sia stata, bensì a che cosa debba ora servire.
Perché è il creativo a essere toccato per primo
È la parte che più sorprende: in cima all’elenco non stanno coloro che la pensano diversamente, bensì musica, danza, immagine e gioco. Le ragioni sono tre, e tutte e tre sono strutturali.
Aprono un accesso per il quale non occorre alcuna istanza. Chi nella musica, nella danza o nel silenzio esperisce qualcosa da sé non dipende da nessuno che gli dica che cosa sta esperendo. Per una pretesa di autorità esclusiva è la contraddizione più acuta che si dia, più acuta del rifiuto. Chi rifiuta contesta la pretesa. Chi esperisce direttamente non ne ha bisogno.
Sono ambigui. Un brano che dice a due persone due cose diverse è già un’obiezione a un ordine che conosce esattamente una lettura. Per questo viene toccato per primo, immancabilmente, ciò che è intraducibile: musica strumentale, danza, immagini astratte. Ciò che si lascia rendere in messaggio spesso può restare.
Un corpo che danza appartiene visibilmente a sé stesso. È con ciò la più breve confutazione pubblica che esista, e non le occorre una sola parola.
Ciò spiega anche perché, in simili contesti, gli estatici della propria parte vengano spesso trattati più duramente di quelli di fuori. Chi è di fuori crede altro. L’estatico si richiama alla stessa fonte — e fa a meno della mediazione.
La nostra posizione
Non è una difesa, ma una constatazione: questo spazio non è assegnato.
Chi lo coltiva non difende nulla: semplicemente vi abita. Per nostra esperienza è il modo più efficace di conservarlo. Chi invece comincia a difenderlo ha già in testa il combattimento, e perde così proprio ciò che voleva proteggere: la leggerezza senza la quale questo spazio non funziona.
E ancora una cosa vi appartiene: non facciamo eccezione per noi stessi. Una frase come «nessuno vi ha competenza» non vale nulla se vale per tutti tranne che per chi la pronuncia. Neppure noi abbiamo qualcosa da cercare nel Suo spazio interiore. Possiamo descrivere ciò che abbiamo osservato. Esaminare tocca a Lei (si veda coscienza e spirito).
Che cosa significa in pratica?
- La prova del sollievo. Da una conversazione, da un incontro, da una serata esce più largo o più stretto di come vi è entrato? È l’indicazione più affidabile che conosciamo, più di qualsiasi argomento di merito.
- La domanda senza risposta. Ponga una domanda onesta e scomoda e osservi se venga risposta o classificata. Se Le si spiega perché la pone, invece di risponderLe, ne sa abbastanza.
- Non ingerirsi senza esserne richiesti. Nemmeno per salvare qualcuno. L’ingerenza non richiesta è lo stesso movimento, soltanto con il segno rovesciato (si veda la comunità che ci rafforza).
- Lasciare agli altri il loro diritto. Chi sceglie una via diversa da quella di chi lo circonda tenga presente: gli altri hanno lo stesso diritto alla loro.
- Non combattere alcun malvagio. Chi si costruisce un avversario lega a lui la propria forza, e col tempo gli somiglia più di quanto vorrebbe (si veda la paura).
- Coltivare qualcosa che è Suo. Uno strumento, un movimento, una mezz’ora di silenzio. Non come programma, ma come abitudine (si veda cura di sé).
Perché qui non compare alcun nome
Si potrebbe riempire questo testo di esempi, tratti dalla storia, dal presente, da varie parti del mondo. Deliberatamente non lo facciamo, e per tre ragioni.
Sarebbe più debole. Appena cade un nome, gli uni leggono approvando e gli altri smettono del tutto di leggere. La struttura, invece, ciascuno può metterla alla prova su ciò che conosce.
Sarebbe meno esatto. Questi segni non sono legati ad alcuna provenienza. Sono una tentazione umana, e compaiono ovunque qualcuno voglia assumersi la responsabilità del tutto — in buona fede inclusa.
E sarebbe disonesto. Chi descrive questi segni farebbe bene a guardare prima in casa propria. Noi l’abbiamo fatto, e abbiamo trovato. Non è una ragione per tacere, ma un’ottima ragione per parlare senza alzare il dito.
Domande frequenti
Da che cosa riconosco che un ordine avanza pretese sul mio spazio interiore?
Da sette segni, che di rado compaiono isolati: esiste una sola lettura giusta, e non spetta a Lei. Nessun ambito della vita resta intatto. Chi non segue non passa per uno di diverso avviso, bensì per uno accecato. Qualcuno veglia su di Lei per il Suo bene, senza che gliel’abbia chiesto. Abito e contegno diventano prova di lealtà. Esiste una cerchia interna. E un torto subito un tempo giustifica oggi molte cose.
Perché vengono toccate per prime quasi sempre musica, danza e arte?
Perché aprono un accesso per il quale non occorre alcuna istanza. Chi nella musica o nel silenzio esperisce qualcosa da sé non dipende da nessuno che gli dica che cosa sta esperendo. Vi si aggiunge che l’arte è ambigua, e che un ordine il quale voglia regolare ogni cosa ha bisogno di univocità. E che un corpo che danza appartiene visibilmente a sé stesso.
È una critica della religione?
No. Si tratta di una struttura, non di una fede. Gli stessi sette segni si ritrovano in associazioni, aziende, famiglie, movimenti politici e gruppi spirituali, e altrettanto spesso mancano in ambienti profondamente religiosi. La misura non è ciò in cui qualcuno crede, bensì se lascia all’altro uno spazio proprio.
Che cosa faccio se lo riconosco nel mio ambiente?
Nulla di rumoroso, per cominciare. Esamini con calma se da una conversazione esce più largo o più stretto di come vi è entrato: è l’indicazione più affidabile. E resista alla tentazione di salvare gli altri: l’ingerenza non richiesta è esattamente lo stesso movimento, soltanto con il segno rovesciato.
Non è, di per sé, un modo di darsi un nemico?
Lo sarebbe se nominassimo un gruppo. Descriviamo una struttura che può presentarsi in qualsiasi visione del mondo, compresa la nostra. Proprio per questo la frase «nessuno vi ha competenza» è formulata in modo da includere anche noi.
Fonti
- D. Harald Alke: Die Ethik des Neuen Menschen. Kyborg Institut und Verlag, 1993 (4ª ed. 2016). ISBN 978-3-924722-04-3 – sulla non ingerenza e sul divieto di generalizzare.
- Tobias O. R. Alke: Ausgewählte Perspektiven des Altruismus. Kyborg Institut und Verlag, 2017. ISBN 978-3-96104-027-8 – sulla critica della costrizione collettiva e sulla domanda se il bene possa essere imposto.