Collettivismo e individualismo
Il collettivismo e l’individualismo sono due risposte opposte a una domanda semplice: che cosa ha la precedenza – la massa o l’individuo? All’Istituto Kyborg guardiamo a entrambi con sobrietà e prendiamo in proposito una posizione chiara ed espressamente soggettiva.
Due termini – spiegati semplicemente
Per collettivismo intendiamo – sulla scia dell’indagine di Tobias Alke in «Ausgewählte Perspektiven des Altruismus» (2017) – la preferenza generale degli interessi della maggioranza su quelli delle minoranze e degli individui. L’individuo è subordinato al tutto; all’occorrenza, lo vi si deve portare.
L’individualismo è la contro-prospettiva. Riconosce bensì la comunità, ma pone limiti alla sua precedenza e protegge l’individuo dall’essere semplicemente sacrificato al «tutto». Non è un «ognuno per sé» – ma la convinzione che il bene debba avvenire volontariamente per essere autentico.
Due modelli d’ordine
Dietro questa coppia di termini stanno due concezioni assai diverse di come funzioni la convivenza umana:
- L’ordine artificiale posto dall’alto. Il suo rappresentante classico è Thomas Hobbes: vedeva l’essere umano come un egoista nato che poteva essere tenuto a freno solo da un sovrano onnipotente – il «Leviatano». L’ordine è qui imposto dall’esterno.
- L’ordine naturale e cresciuto. La sua contro-immagine è una visione nella tradizione di Darwin e della sociobiologia: l’essere umano è, fondamentalmente, anche un essere sociale e soccorrevole (si veda empatia). Un ordine vitale cresce dal di dentro, a partire dalla convivenza – non ha bisogno di essere costretto.
All’Istituto Kyborg ci teniamo dalla parte dell’ordine naturale e cresciuto. Chi ritiene le persone fondamentalmente cattive ha bisogno di costrizione; chi prende sul serio la loro natura prosociale può costruire sulla volontarietà.
Perché respingiamo la costrizione collettiva
Il nucleo di costrizione del collettivismo lo riteniamo la via sbagliata – per tre ragioni che attraversano la storia della filosofia:
Comte. La parola altruisme viene da Auguste Comte, che diede il nome alla sociologia; la coniò nel 1851. Già nel 1844 definiva l’antico pensiero teologico «essentiellement individuelle, et jamais directement collective» – riferito essenzialmente all’individuo, mai direttamente alla comunità –, e lo spirito positivo, invece, «directement social» (Discours sur l’esprit positif). Per lui la filosofia dell’io della metafisica sfocia nell’egoismo, mentre lo spirito positivo conosce soltanto l’umanità. Il termine altruismo è così legato fin dalla nascita al primato del tutto sull’individuo – noi lo chiamiamo collettivismo; Comte stesso non usava questa parola. Contro chi si sottraeva al suo ordine prevedeva in ultima istanza la forza, mentre la sua dottrina doveva affermarsi soltanto con il libero assenso. È questa linea che, nella lettura di Tobias Alke, porta ai modelli moderni della «punizione altruistica»: una prosocialità costretta dalla punizione, invece di crescere dalla convinzione. (Di più in L’altruismo in Comte.)
Nietzsche. Friedrich Nietzsche chiamava «morale degli schiavi» una morale che nasce dal risentimento dei più deboli e giudica «malvagio» ciò che è forte, raro e diverso; la morale egualitaria moderna la chiamava «morale da animale del gregge» (Al di là del bene e del male § 202; Genealogia della morale I § 10). Leggiamo la sua critica come ciò che rende visibili le strutture di potere collettiviste che esercitano una pressione dietro una facciata apparentemente disinteressata (di più a questo proposito sotto amore per il prossimo e altruismo).
Laozi. Già 2.600 anni fa, Laozi lo riassumeva – un pensiero che attraversa l’opera di Harald Alke:
«Più si perde l’ordine etico, più occorrono ordinanze e leggi. Più ordinanze si emanano, più l’ordine naturale si disfa.»
Dal nostro punto di vista, c’è qui un’esperienza duratura: i veri valori non possono essere comandati. Più un’etica si perde dal di dentro, più la morale esterna, le regole e il controllo ne prendono il posto – e più ciò che porterebbe da sé viene soffocato.
Ma nemmeno un egoismo nudo
Chi respinge la costrizione collettiva non è dunque un amico di un interesse di sé senza scrupoli. Al contrario:
- Harald Alke critica vivamente, in «Die Ethik des Neuen Menschen», la cupidigia senza scrupoli che si fa a spese altrui – per esempio là dove un potere «non si cura anzitutto di creare qualcosa di sensato, ma di controllo e potere sulle persone e sugli Stati». Il suo metro è quanto più semplice possibile: «Fa’ il bene, non nuocere a nessuno – nemmeno a te stesso.»
- Tobias Alke critica l’economizzazione dell’aiuto: là dove la disponibilità ad aiutare è pensata solo come un fattore di costo e l’essere umano solo come un calcolatore che massimizza il profitto, l’interumano si perde. È anche un modo di erodere l’ordine naturale.
Importante: con ciò la concorrenza non è esclusa e l’egoismo non è demonizzato. Un sano interesse di sé – la cura di sé, la rappresentanza dei propri interessi – è legittimo e una condizione della nostra identità (si veda cura di sé). Diventa problematico solo quando si fa a spese altrui.
La nostra terza via: volontaria e individuale
Tra la costrizione collettiva e l’egoismo predatore sta la nostra posizione reale. Tobias Alke l’ha condensata in una frase:
«La comunità non sta al di sopra dell’individuo più di quanto l’individuo stia al di sopra della comunità.»
Entrambi sono ugualmente importanti. Un essere umano non vale né di più né di meno perché sta più in alto o più in basso in un ordine. Da questo pari rango discende una terza via: una prosocialità volontaria e individualmente responsabile – portata da un’etica interiore e dalla consapevolezza della responsabilità, non dall’ordinanza e dalla punizione.
Si mostra concretamente nel dare e nel contro-dare reciproci (reciprocità), in una comunità che ci rafforza, e nell’amore per il prossimo vissuto – sempre volontariamente, mai attraverso la pressione, la colpa o la paura. Compreso in questo modo, l’individualismo non è un opposto dello spirito pubblico, ma la sua condizione: solo chi comincia da se stesso e agisce a partire dalla propria convinzione apporta qualcosa che ha durata.
Non il sistema, ma la maturità
Un ultimo pensiero importante – e, dal nostro punto di vista, il decisivo. La storia suggerisce che ogni sistema politico tende, presto o tardi, a diventare sopraffattore: il potere attira il potere, gli ordini si irrigidiscono, e gli apparati cominciano a servire se stessi invece di servire le persone. L’economista Mancur Olson ha descritto come le società mature diventino, con il tempo, attraversate da coalizioni di interesse e di distribuzione che paralizzano il tutto. Nessuna etichetta – «sinistra» o «destra», piano o mercato – ne è immune.
Da ciò discende per noi una comprensione sobria: non esiste un sistema giusto che ci sollevi dalla maturità. La protezione reale contro la sopraffazione non è alcuna migliore costituzione e alcun migliore governante, ma la maturità e la responsabilità di sé delle persone stesse. È proprio qui l’arco che riporta all’inizio: così come l’amore per il prossimo non può essere decretato, così un ordine libero e giusto non può essere costretto dall’alto – dipende dal fatto che gli individui siano disposti ad assumersi la responsabilità e ad agire secondo un’etica interiore.
Non è un motivo di rassegnazione, ma un incoraggiamento: chi comincia da se stesso non è in balìa del cambiamento. La maturità cresce – nell’individuo come in una società.
Domande frequenti
Che cos’è il collettivismo – spiegato semplicemente?
Il collettivismo significa, per principio, porre gli interessi e i bisogni della maggioranza al di sopra di quelli dell’individuo e delle minoranze. L’individuo è subordinato al tutto – in caso di dubbio, anche contro la sua volontà.
Che cos’è l’individualismo – spiegato semplicemente?
L’individualismo è la contro-prospettiva: riconosce la comunità, ma pone limiti alla sua precedenza e protegge l’individuo dall’essere semplicemente sacrificato alla massa. Dal nostro punto di vista, ciò non significa «ognuno per sé», ma: volontario anziché costretto.
È una critica del socialismo?
La nostra critica si dirige contro il nucleo di costrizione collettivista – cioè contro la sottomissione dell’individuo alla massa. Non si dirige contro la solidarietà o la coesione. La vera disponibilità ad aiutare la riteniamo qualcosa di volontario che non può essere decretato.
Siete allora per un capitalismo sfrenato?
No. Respingiamo altrettanto l’egoismo nudo che si fa a spese altrui. La nostra posizione è una terza via: né costrizione collettiva né interesse di sé predatore, ma una prosocialità volontaria e individualmente responsabile.
Che cosa significa «la comunità non sta al di sopra dell’individuo»?
È la formula centrale di questa voce: la comunità non sta al di sopra dell’individuo più di quanto l’individuo stia al di sopra della comunità. Entrambi sono ugualmente importanti – un essere umano non vale di più perché sta più in alto o più in basso in un ordine.
Non è semplicemente una questione del giusto sistema politico?
Dal nostro punto di vista, no. La storia mostra che ogni sistema tende, con il tempo, alla sopraffazione. La protezione reale non è dunque una migliore costituzione o un migliore governante, ma la maturità e la responsabilità di sé delle persone stesse. Un ordine libero non può essere costretto dall’alto.
Cronologia delle modifiche · ultimo aggiornamento il
- — Esposizione di Comte verificata sui testi originali e precisata; rimando alla nuova voce «L’altruismo in Comte» (in tedesco).
- — Fonte corretta: il «Discours sur l’esprit positif» di Comte è del 1844; la parola «altruisme» la coniò solo attorno al 1851 («Système de politique positive»).
- — Precisati sull’originale i termini di Nietzsche «morale degli schiavi» e «gregge», e distinta da essi la nostra lettura.
- — Indirizzo di questa voce localizzato: ora porta il termine italiano invece di quello tedesco. Il vecchio indirizzo reindirizza.
- — Prima versione italiana.
Fonti
- Tobias O. R. Alke: Ausgewählte Perspektiven des Altruismus. Eine interdisziplinäre Anregung der Soziologie und ihr Gewicht im Altruismusdiskurs von 1990 bis 2013 im Überblick. Kyborg Institut und Verlag, 2017. ISBN 978-3-96104-027-8. Eintrag Deutsche Nationalbibliothek
- D. Harald Alke: Die Ethik des Neuen Menschen. Ethik, Moral, Glaube und Verantwortung. Kyborg Institut und Verlag, 1993 (4. Auflage 2016). ISBN 978-3-924722-04-3. Eintrag Deutsche Nationalbibliothek
- Auguste Comte: Discours sur l'esprit positif (1844) – das theologische Denken sei „essentiellement individuelle, et jamais directement collective“, der positive Geist „directement social“ (dt. Fetscher 1994: 79 f.); das Wort „Kollektivismus“ gebraucht Comte nicht. Volltext (Wikisource)
- Friedrich Nietzsche: Zur Genealogie der Moral (1887) und Jenseits von Gut und Böse (1886) – Kritik an „Sklavenmoral” und „Herden-Moral”. Volltext (Projekt Gutenberg)
- Thomas Hobbes: Leviathan (1651) – Modell einer künstlichen, von oben gesetzten Ordnung. Volltext (Project Gutenberg)
- Laozi: Tao Te King – „Je mehr Verordnungen erlassen werden, desto mehr zerfällt die natürliche Ordnung.” Volltext, Übs. Richard Wilhelm (Projekt Gutenberg)
- Mancur Olson: The Rise and Decline of Nations (1982) – zur Verkrustung reifer Gesellschaften durch Interessen- und Verteilungskoalitionen. Yale University Press
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